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Le prime intenzioni di tornare in patria si manifestarono tra il maggio e il giugno 1939. Alcuni concittadini, infatti, in particolare nella colonia di Milano, auspicarono un immediato rientro presagendo che dopo lo scoppio del conflitto avrebbero avuto difficoltà a rimpatriare.[16] Anche il console di Svizzera Biaggi de Blasys prese posizione in loro favore, in quanto temeva le difficoltà professionali a cui sarebbero andati incontro rimanendo in Italia: «Temo pertanto che codesto ufficio dovrà forzatamente rassegnarsi e prepararsi ad occuparsi della stragrande maggioranza dei lavoratori qui residenti, - i quali, ripeto, presto o tardi, con otsenza preavviso, saranno obbligati a rimpatriare. Non possiamo chiedere ai nostri connazionali [...] di rimanere in un Paese dove sono dei tollerati, e dove finiranno per trovarsi in serie difficoltà finanziarie e morali. Ed è doverosa la loro sistemazione in Patria, anche a costo di eliminare a nostra volta quegli elementi stranieri [,..].»[17] E come previsto, l’entrata in guerra dell’Italia ebbe degli inevitabili contraccolpi economici generando disoccupazione e dando inizio al rimpatrio di molti svizzeri impiegati presso imprese italiane o elvetiche. Fu per esempio il caso dei dipendenti della ditta di spedizione svizzera Gondrand, costretta a ricorrere al licenziamento di parte del proprio personale.

Nel febbraio 1941 il governo fascista ordinò poi il rimpatrio forzato di tutti gli stranieri che vivevano nel Mezzogiorno (ad eccezione dei cittadini tedeschi) e quindi anche dei concittadini elvetici. Tuttavia, il loro espatrio forzato fu scon- giurato grazie alle trattative diplomatiche tra Svizzera e Italia, e in particolare in cambio di un credito concesso dal Consiglio federale a Roma.[18] Tali accordi permisero così alle colonie elvetiche un trattamento privilegiato e la continuazione parziale delle proprie attività.

In seguito all’occupazione tedesca, dopo il settembre 1943, altre richieste di rimpatrio vennero espresse, per esempio dalle colonie svizzere di Roma e Firenze. Se i 38 cittadini residenti a Firenze riuscirono in effetti a valicare il confino svizzero, ciò non fu possibile per quelli di Roma.[19] Nel frattempo infatti, la Confederazione espresse il suo dissenso riguardo all’organizzazione di un rimpatrio collettivo. Il 25 settembre Jenner, ministro della DAE, riferì alla legazione di Roma che nonostante le autorità federali non si potessero opporre a un rimpatrio temporaneo o definitivo, tenendo conto delle condizioni di lavoro in Svizzera, la direttiva era quella di non incoraggiare il rimpatrio a meno che le condizioni non lo rendessero assolutamente necessario. A riprova del buon senso di tali direttive, Jenner affermò che la maggior parte dei rimpatriati aveva rimpianto il ritorno per le difficoltà insormontabili che si trovavano a dover affrontare in Svizzera. Un rimpatrio collettivo non era


Giannò: Gli svizzeri rimpatriati dall'Italia negli anni della Seconda guerra mondiale