Page:Labi 1998.djvu/29

This page has been proofread.

sistemi di eredità sia delle diverse strutture comunitarie - due variabili, o insiemi di variabili, che influenzano fortemente l’emigrazione. Ancora una volta, alcune tra le ricerche antropologiche più significative e ricche di spunti teorici in tal senso sono state condotte in area alpina: basterà ricordare i volumi ormai classici di John Cole e Eric Wolf su Tret e St. Felix, due comunità dell’alta Val di Non, e di Robert Netting sul villaggio vallesano di Tòrbel.[33]

Anche in questo caso si può quindi sperare che gli studi alpini siano di ispirazione agli studi su migrazione e mobilità in altre parti d’Europa.


Note

1 Si vedano in particolare: James H. Jackson e Leslie Page Moch, «Migration and the Social History of Modern Europe», in: Historical Methods 22, 1989, pp. 27-36; Leslie Page Moch, Moving Europeans. Migration in Western Europe since 1650, Bloomington e Indianapolis 1992; Giovanni Levi, «Appunti sulle migrazioni», in: Bollettino di Demografia Storica, 19, 1993, pp. 35-39; Laurence Fontaine, «Gli studi sulla mobilità in Europa nell’età moderna: problemi e prospettive di ricerca», in: Quaderni Storici 31, 1996, pp. 741-756.

2 La teoria della mobility transition («transizione migratoria») è stata proposta negli anni ’70 in analogia alla ben nota teoria della «transizione demografica», secondo la quale il raggiungimento di una certa soglia di sviluppo socio-economico comporterebbe, in ogni società, il passaggio da un regime ad alta mortalità e alta fecondità a un regime a ridotta mortalità e fecondità controllata. Tanto la transizione demografica quanto la transizione migratoria sono considerate componenti essenziali del più ampio processo di modernizzazione. La prima formulazione organica della teoria della transizione migratoria si deve al geografo americano Wilbur Zelinsky, «The Hypothesis of the Mobility Transition», in: Geographical Review 61, 1971, pp. 219-249. In questo articolo Zelinsky tenta di coniugare la teoria della transizione demografica con le leggi della migrazione di Ravenstein e con il paradigma geografico della diffusione spaziale delle innovazioni.

3 Sul «paradigma della sedentarietà» (e sul complementare «paradigma fisiocratico») si veda soprattutto il saggio molto critico e stimolante di Dionigi Albera, «Dalla mobilità all’emigrazione. Il caso del Piemonte sud-occidentale», in: Paola Corti, Ralph Schor (a cura di). L’esodo frontaliero:gli italiani nella Francia meridionale/L’émigration frontalière: les italiens dans la France méridionale, numero speciale di Recherches Régionales, 3ème trimestre 1995, pp. 25-63. Questo saggio sviluppa spunti proposti dallo stesso Albera in un suo precedente lavoro su «L’emigrante alpino: per un approccio meno statico alla mobilità spaziale», in: Daniele Jalla (a cura di). Gli uomini e le Alpi / Les hommes et les Alpes, Torino 1991, pp. 179-206. Un punto di vista molto simile è sostenuto da Laurence Fontaine, «Gli studi sulla mobilità», art. cit., p. 749. In una diversa prospettiva, e con riferimento specifico all’emigrazione alpina, il «paradigma della sedentarietà» è stato messo fortemente in discussione anche da Glauco Sanga, «Un modello antropologico dell’emigrazione alpina», in: La ricerca folklorica, 35, 1997, pp. 121-128. Va peraltro detto che anche in anni recenti non sono mancate prese di posizione a favore del «paradigma della sedentarietà». Per meglio comprendere le ragioni di tali prese di posizione, occorre notare che questo paradigma ha in parte rappresentato - soprattutto in Francia e soprattutto in ambito storico-demografico - una reazione nei confronti di una precedente tendenza a ritenere che la popolazione francese di Ancien Régime comprendesse una enorme proporzione di «erranti», per usare l’espressione di Georges Lefebvre. In uno dei saggi

VIAZZO: MIGRAZIONE E MOBILITÀ IN AREA ALPINA
45