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una corruzione e di una debilitazione nascosta nell’organismo individuale e collettivo, che rivelavano una debolezza morale e fisica. Nel caso della sifilide il nesso è evidente, essendo una malattia trasmessa attraverso i rapporti sessuali, ma anche la tisi svelava un’intima fragilità nella mancanza di forza vitale che la caratterizzava: e chi soccombe è sempre un po’ colpevole, non a caso si riteneva che essa fosse dovuta soprattutto a strapazzi e bagordi.[12]

La paventata degenerazione dell’emigrata causata dalle «patologie sociali» - di cui alcolismo e prostituzione erano considerati le pervasive cause predisponenti -tsi presentava come una minaccia nuova legata ai complessi mutamenti strut- turali in corso, dove gli insediamenti industriali con le loro disastrose condizioni di lavoro e di abitabilità erano i focolai dai quali si diffondeva il contagio che mieteva le prime vittime tra le operaie.[13]

I pensatori sociali dell’epoca intendevano fronteggiare la corruzione del corpo e dei costumi dei lavoratori attraverso la bonifica sociale e morale del loro ambiente di lavoro e di vita, un palliativo che mitigava gli effetti negativi della causa economica che generava tale situazione, ma non la risolveva, mantenendo così le contraddizioni di un mondo che faceva ammalare le per- sone di cui necessitava per il suo progredire: prime fra tutte le donne e ancor più se queste erano minorenni e migranti, i soggetti più vulnerabili nello sfruttamento lavorativo.


II

La mobilità occupazionale femminile è stata un fenomeno epocale nel periodo compreso tra fine Ottocento e inizio Novecento, già ampiamente segnato dall’ingresso massiccio delle donne nel mondo del lavoro, una presenza più articolata ed estesa di quanto sembra;[14] in tale contesto la figura della migrante - qualsiasi fosse la tipologia del suo «andare altrove» - appariva comunque autonoma ed isolata rispetto al destino che ancora le assegnava la tradizione.[15] La donna nuova che iniziava a emergere dal chiuso contesto in cui la relegava il suo atavico ruolo di subalternità al maschio (comunque e ovunque) si delineava nella figura della lavoratrice lontana dalla famiglia, una condizione che enfatizzava i lati negativi nel processo della sua emancipazione e che poteva raggiungere l’apice nell’amarezza dell’emigrata di ritorno stigmatizzata per le malattie acquisite in emigrazione,[16] da me definite «sociali» per l’uso «sociale» che se ne faceva: nuove e antiche patologie erano usate

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Histoire des Alpes - Storia delle Alpi - Geschichte der Alpen 2009/14